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Ass. tecnica e progettuale
Storia degli asfalti
FRUET GIANLUCA
STORIA DEGLI ASFALTI


Riassunto

L'articolo ripercorre le principali tappe che, a partire dal '700, hanno portato alla realizzazione delle moderne strade asfaltate. L'evoluzione della tecnica delle pavimentazioni stradali, cominciata oltre due secoli fa con l'invenzione delle massicciate macadam e con l'impiego e l'applicazione di asfalto naturale, si concretizza ai primi del '900 quando l'avvento del petrolio e dell'automobile impongono la scelta del conglomerato bituminoso. La messa a punto dell'impianto per il suo confezionamento, unitamente al rullo e alla finitrice, completa il quadro evolutivo delle macchine stradali. Spetta all'Italia del regime fascista il primato di aver realizzato la prima "autostrada" al mondo.


1. Premessa

La storia moderna della strada ha inizio con la prima "era industriale", si sviluppa e si interseca con essa, seguendone il naturale percorso evolutivo. A partire dall'Inghilterra, ove ebbe origine il movimento d'industrializzazione dei processi manifatturieri, già alla fine del '700, fra le due sponde dell'Oceano Atlantico, fu un susseguirsi continuo di scoperte, invenzioni e innovazioni che, nel volgere di pochi decenni, portarono ad una impressionante circolazione di merci, di uomini e soprattutto di idee. Invenzioni come la macchina a vapore, il bastimento transatlantico, la locomotiva e il telegrafo, cambiarono la velocità della storia e, seppure con mille contraddizioni, avviarono lo sviluppo economico dell'era moderna, gettando le basi per la futura "economia di mercato". I cambiamenti più grandi però riguardarono soprattutto gli aspetti sociali e l'organizzazione del lavoro che, sempre più meccanizzato e specializzato, avveniva ormai lontano dalle case e dai borghi rurali. La "strada" non fu estranea a tutto questo ed ebbe perciò anch'essa un ruolo rilevante.


2. Fra le due sponde dell'Atlantico

II Pitch Lake di Trinidad,nelle Piccole Antille, era già noto da almeno due secoli quando lo scozzese John Loudon Me Adam (1756-1836) teorizzò la tecnica delle massicciate stradali, ma l'asfalto naturale che si poteva estrarre trovava allora ben altre applicazioni. In Europa, la prima scoperta di un giacimento di roccia asfaltica risale al 1710 (è una cava nel cantone svizzero di Neuchatel); tuttavia, ci volle quasi un secolo prima che si decidesse lo sfruttamento economico di questo materiale. Utilizzato sotto forma di polvere o mastice, l'asfalto naturale, molto apprezzato per le sue proprietà leganti e impermeabilizzanti, fu impiegato in molti modi (sigillature, riparazioni, coperture di tetti e calafataggio di navi), ma non in ambito stradale. All'inizio dell'800, il Venezuela avviò un fiorente commercio di asfalto naturale da Trinidad e Bermudez verso il Nord America. In Europa, la scoperta e lo sfruttamento industriale dei ricchi giacimenti di Seyssel (regione del Rodano), in Francia, segnarono decisamente una svolta. Il mastice bituminoso di Seyssel, ottenuto dalla lavorazione della pietra idrocarburica, veniva colato su apposite forme, dando così origine a lastre che potevano essere utilizzate per la copertura dei manufatti. La pavimentazione del Pont Royal a Parigi, attraversato allora da più di 20.000 persone al giorno, e la pavimentazione di Piace de la Concorde nel 1837 furono senza dubbio le opere di maggior prestigio realizzate con questa tecnica.
Nella prima metà dell'800 si comincia, quindi, a usare l'asfalto naturale per opere stradali, non sempre però con risultati soddisfacenti. Non è facile realizzare superfici lisce e, allo stesso tempo, capaci di resistere all'usura di un traffico composto da carri e carrozze con le ruote ferrate trainate da cavalli. Tra i primi tentativi, è da ricordare anche quello dell'ingegnere svizzero Marion che nel 1849, nella cittadina di Traves, mise a punto "l'asfalto compresso", una tecnica che consisteva nello stendere su un fondo in macadam una miscela calda di polvere d'asfalto naturale pistonata e battuta con rulli e pestelli.
Anche la diffusione della bicicletta come mezzo di trasporto di massa, avvenuta alla fine dell'800, fu uno degli elementi di pressione sociale verso il miglioramento delle strade. Negli anni '20 del novecento, nelle zone pianeggianti, la bicicletta diventa l'indispensabile mezzo di locomozione per intere categorie di lavoratori, soprattutto braccianti, che dai borghi dove abitavano si recavano sui campi o sui luoghi di lavoro, distanti anche parecchi chilometri. La ferrovia costituiva comunque la rete di comunicazione per eccellenza ed anche il principale obiettivo di investimento per ogni governo che avesse voluto modernizzare il paese; il treno per molto tempo restò l'unico vero mezzo di trasporto per ridurre le grandi distanze e avvicinare le popolazioni. La strada rimaneva in subordine e spesso, laddove i percorsi erano coincidenti, era quest'ultima a subire un declassamento.


3. La svolta tecnica

Sono due gli eventi a cui si deve lo sviluppo di una tecnica stradale adeguata alle necessità di una moderna rete viaria:
- negli USA già dal 1870 era stato scoperto il petrolio raffinato e, in breve tempo, ci si rese conto che, abbinato all'asfalto naturale, costituiva un ottimo flussante per renderlo più facilmente lavorabile. Inoltre, il processo di distillazione del greggio consentiva di ottenere un residuo denso (il bitume) simile all'asfalto naturale, ma decisamente meno costoso;
- in Europa Daimler e Benz inventarono un veicolo quadriciclo a motore che si muoveva in maniera autonoma e senza bisogno di rotaie. Era il 1890, era nata l'automobile. La fortuna e il successo dell'automobile furono immediati, soprattutto come mezzo di trasporto sulle distanze medio/piccole, ma la sua affermazione definitiva si deve ad Henry Ford che nel 1913 in America mise a punto la "catena di montaggio", consentendo la produzione in serie dei veicoli a motore a costi accessibili.
Lentamente ma inesorabilmente le strade d'Europa, che fino alla fine del secolo avevano visto solo il transito di carrozze e di carri a trazione animale, si andarono riempiendo di automobili e autocarri e ben presto si rivelarono inadatte e poco congeniali ai nuovi veicoli a motore con le ruote gommate. Fango e polvere erano ovunque e causavano disagi e problemi di igiene. Le manutenzioni erano pressoché continue.
Si pensò allora di intervenire sulle pavimentazioni in macadam, trattando le superfici di pietrischi rullati in maniera diversa. Le strade di grande comunicazione erano a quei tempi realizzate con la tecnica della massicciata costituita da uno strato di ciottoli di grandi dimensioni posati sul fondo e ricoperti da strati successivi di pietrisco a granulometria decrescente verso l'alto. I ciottoli (scapoli di pietrame) venivano posati a mano e battuti singolarmente. Gli strati successivi venivano rullati con compressori di varia foggia (il rullo compressore fu la prima macchina adottata nella costruzione di strade, indispensabile per la realizzazione di massicciate).
Successivamente venivano applicati due o tre strati di legante (bitume di petrolio flussato) ricoperti di pietrischetti di dimensioni assortite, anch'essi convenientemente rullati. Ben presto, a causa dei costi molto alti, si sostituì il petrolio con le emulsioni di acqua e bitume oppure acqua e catrame (quest'ultimo facilmente reperibile e a buon mercato, perché proveniente dai processi di produzione del gas illuminante utilizzato nelle città ottocentesche). A Milano, agli inizi del '900, l'amministrazione comunale utilizzava il "Catromoleum", una emulsione di bitume, che ulteriormente diluita in acqua, veniva spruzzata ogni venti giorni sulle strade nuove pavimentate con inerte calcareo. Fu un successo che permise di eliminare la polvere evitando la bagnatura giornaliera delle strade più trafficate. Un'altra tecnica consisteva nello spargimento e rullatura di un pietrischetto precedentemente bitumato sopra l'acciottolato. Il materiale veniva consegnato freddo in appositi sacchi di diversa granulometria e steso manualmente con l'aiuto del "reggello" tra assi di legno predisposti per la complanarità, la pendenza e la quota finale della pavimentazione. Fu con questi metodi che si cominciò ad asfaltare le strade.
Le "impregnazioni", le "catramature" o le "cilindrature", come spesso venivano chiamate queste tecniche, si protrassero con successo per molti decenni; ma, con l'aumento dei traffici e la comparsa di nuovi veicoli
sempre più pesanti e articolati, queste soluzioni mostrarono ancora dei limiti e fu necessario pensare a qualcosa di più duraturo ed efficace anche se più costoso. Occorreva un materiale in grado di resistere a carichi decisamente superiori e con minore necessità di manutenzione. Era già largamente utilizzato il cemento in edilizia, ma per una applicazione stradale l'onere era troppo elevato. Si sapeva anche che un impasto di roccia asfaltica, bitume, sabbia e pietrischi, riscaldato e mescolato dentro un recipiente, poteva dare origine ad un materiale di facile lavorabilità, che una volta raffreddato si sarebbe rapidamente indurito mostrando grandi qualità di resistenza e impermeabilità. Era il "conglomerato bituminoso". Si trattava ora di perfezionarne la tecnologia e il processo produttivo.
Inizialmente si pensò di adattare le piccole betoniere per il calcestruzzo già diffuse nei cantieri agli inizi del '900. Il piccolo tamburo mescolatore veniva caricato manualmente di inerti e bitume e poi fatto ruotare sopra una fiamma alimentata da un bruciatore a nafta. Il riscaldamento provocava la fusione del pane d'asfalto buttato dentro insieme agli altri materiali e la palettatura interna del recipiente realizzava l'impasto. Quando il tutto era giudicato sufficientemente fluido e omogeneo veniva versato su carriole e carretti per essere avviato alla stesa. Questa miscela fumante, una volta in opera sulla massicciata, compattata con appositi rulli fino al raffreddamento completo, avrebbe rivestito la strada di una scorza nera, dura e impermeabile, esente da polvere e perfettamente adatta al transito sia dei veloci veicoli gommati sia dei lenti ma ancora diffusi carri trainati da animali, in qualsiasi stagione e con ogni tempo.
Batterie in serie di queste betoniere riscaldate costituirono la prima ipotesi di impianto per la produzione di conglomerato bituminoso. Ma la mente umana instancabilmente elaborava nuove idee e, messa a punto la miscela, perfezionò la macchina. A Lagenthal, in Svizzera, dentro una piccola officina in cui il ferro e le lamiere venivano trattate nelle fucine a carbone e battute con l'incudine e il martello, si avviò un nuovo progetto di industrializzazione del processo produttivo del conglomerato bituminoso e fu realizzata una macchina specifica in grado di produrre quella miscela di inerti e bitume, con grande precisione e in quantità notevole. La Fig. 8 mostra un impianto mobile a ciclo "continuo"
per la produzione di conglomerato bituminoso, realizzato dalla società Ammann nel 1912. Da quella macchina si sviluppò un ulteriore modello, questa volta a ciclo "discontinuo", che rappresentava un coacervo di concetti e soluzioni tecniche di straordinaria attualità, riscontrabile ancora oggi nei moderni impianti.
Il nuovo modello era caratterizzato da un caricatore a tazze per l'immissione degli inerti, un tamburo essiccatore rotante con un grosso bruciatore interno, un serbatoio per la nafta di alimentazione, una torre contenente l'elevatore a caldo, la tramoggia degli inerti essiccati, il dispositivo di pesatura differenziato per inerti e bitume e il mescolatore a due alberi.
La macchina viaggiava su ruote proprie, trainata da un rullo a vapore e una volta giunta sul posto, veniva posizionata su plinti in cemento ad una altezza di circa 1,0 - 1,5 m rispetto al terreno per consentire lo scarico su autocarro. Due uomini, con pale e badili, alimenta vano il caricatore a tazze, prelevando sabbia e pietrischi dagli appositi mucchi. Altri due uomini sulla torre di miscelazione erano addetti alle pesate del bitume e degli inerti. Il filler non aveva una linea propria, ma allora non se ne conosceva la valenza. Il bitume (contenuto in fusti o in pani solidi) veniva scaldato in apposite caldaie a carbone e inviato mediante pompe all'impianto. La macchina poteva produrre fino a 30 t/giorno di conglomerato bituminoso, una rivoluzione per quei tempi!
Un esemplare rarissimo di quella macchina costruita nel 1929 è pervenuto pressoché intatto fino ai giorni nostri ed è stato esposto durante la manifestazione Asphaltica 2004 a Padova.
Quasi contemporaneamente, oltre oceano, Barber e Green costruirono un primo esemplare semovente di finitrice che consentiva di stendere con regolarità e buona velocità, consistenti quantitativi di conglomerato bituminoso caldo. Con la "vibrofinitrice" l'evoluzione della tecnica per la costruzione della strada d'asfalto si era di fatto compiuta; da allora in poi furono soltanto perfezionamenti e miglioramenti costanti e continui, ma il concetto di base è giunto immutato fino ai giorni nostri.


4. L'Italia fra le due guerre

E' ancora giovane il Regno d'Italia quando si svolgono i fatti sopra riportati, ma non per questo il Paese manca di inventiva e di coraggio, tutt'altro! Nel 1899 viene fondata la FIAT a sessanta anni esatti dalla inaugurazione della prima ferrovia del paese che collegava Napoli con Portici nel Regno di Ferdinando II di Borbone. Nel paese unificato c'è bisogno di tutto, ma soprattutto di collegamenti e strade. Nel centro e nel sud del paese, Lazio, Abruzzo e Sicilia, sono stati scoperti giacimenti di roccia asfaltica che verranno utilizzati per molti anni a venire per produrre mattonelle pressate, ottimali per il rivestimento di piazzali, ponti, strade cittadine e banchine ferroviarie nelle stazioni. Ma l'epoca dell'asfalto naturale è già quasi al tramonto; dal 1910 infatti, il petrolio raffinato ha cominciato a guadagnare la sua supremazia rispetto alle pietre, all'asfalto naturale e a quello in fogli. Nell'Italia del nord si diffondono i marchi commerciali di prodotti che individuano anche le relative tecniche stradali. Nomi come "sintex", "fix", "spalmobit", oltre al già citato "catromoleum", sono già noti agli addetti ai lavori. Ma fu soprattutto l'industria meccanica a lasciare le sue tracce più profonde. Al già blasonato marchio "Breda", che operava principalmente per l'armamento ferroviario, si affiancarono tra gli altri "Ursus Peroni", "Simesa" e "Marini", che tanta parte ebbero nello sviluppo di brevetti per il settore stradale. La Marini, nata dalla passione del suo fondatore per la bicicletta, ha forse rappresentato per l'Italia nel settore delle macchine stradali ciò che la FIAT ha rappresentato per l'automobile.
Ma c'è una cosa che rese unico il nostro Paese rispetto al resto del mondo: in Italia fu inventata e costruita la prima autostrada. Il primato mondiale spetta a Milano e alla Lombardia che negli anni '20 vantava una rete di strade extraurbane, che collegava il capoluogo al suo industrioso circondario, tra le più sviluppate d'Europa.
L'idea di una strada riservata al solo transito delle automobili (auto strada), senza incroci e con curve a largo raggio, nacque nella mente di un imprenditore milanese, l'ing. Puricelli, che nel 1923, con il sostegno del Touring Club Italiano e dell'Automobile Club di Milano, dopo aver convinto il Ministero dei Lavori Pubblici a rilasciare la concessione alla neocostituita "Società Anonima Autostrade", diede il via ai lavori di costruzione della Milano-Laghi. I lavori procedettero speditamente e nel settembre del 1924 fu inaugurata la prima tratta Milano-Varese. Le corsie erano solamente due per una larghezza complessiva di 14 m. ma solo i 10 centrali erano pavimentati con lastre in calcestruzzo di 18-20 cm di spessore. All'autostrada si accedeva mediante 17 caselli e ben 100 km di strade di raccordo. L'apertura al transito era possibile dalle ore 6 del mattino alle 1 di notte. Vi era un servizio di sorveglianza garantito da agenti in motocicletta e vigeva un servizio di biglietteria e abbonamenti.
Nonostante la scarsa redditività, quest'opera suscitò sentimenti di ammirazione e meraviglia e fu sempre sostenuta dal regime, desideroso di consolidare il consenso, anche dopo la crisi economica del '29. Nel 1933 l'autostrada fu ceduta all'AASS (Azienda Autonoma Statale delle Strade, antenata dell'ANAS) costituita solo cinque anni prima ma che già gestiva 137 strade statali per un totale di 20.600 km. Alla Milano-Laghi seguirono: la Milano-Bergamo e la Roma-Ostia (1927), la Napoli-Pompei (1929), la Bergamo-Brescia (1931), la Milano-Torino (1932), la Firenze-Mare e la Padova-Mestre (1934). Se dal punto di vista economico l'idea di Puricelli si mostrò perdente, dal punto di vista dell'immagine e dei consensi fu un grande successo dell'Italia fascista e un chiaro indirizzo per il mondo intero.


Nota Bibliografica

Per la stesura del presente documento si è fatto largo uso del materiale contenuto negli archivi del SITEB proveniente da fonti autorevoli e qualificate, atti di convegni in Italia e all'estero, testi e fotografie forniti dalle aziende associate oppure frutto della ricerca dei gruppi di studio interni al SITEB.
Si ringrazia Ing. Stefano Ravioli (SITEB) per la cortese collaborazione.



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